41° parallelo: il racconto di Pipito e l’articolo sul soccorso fatto da Prydwen

30 04 2013

Pubblichiamo con piacere il racconto fatto da Lorenzo Rondelli in equipaggio su Pipito, vincitore della regata di altura 41° Parallelo in IRC.Pipito

IL 41° PARALLELO VISTO DAL PIPITO

L’edizione 2013 del 41° Parallelo ha il successo che merita: record di iscrizioni per una bella regata di quasi novanta miglia che da Anzio ci porterà a Gaeta passando obbligatoriamente prima per il cancello Ponza-Palmarola poi per il secondo cancello Ventotene-Santo Stefano.Noi del Pipito, un Balanzone progetto Schiomachen, il papà di Azzurra IV, rafforziamo l’equipaggio standard (l’armatore Marco, il prodiere Alberto, il randista Walter, il drizzista Fabio, il tailer Lorenzo) imbarcando per l’occasione anche Flavia, la ragazza di Alberto.La regata registra il record storico di 18 iscritti, un ottimo risultato se si considera che alla quasi contemporanea Roma X Tutti partecipano 30 barche (anche questo record storico).Agli Half Tonner che si sono dati battaglia durante l’invernale di Anzio-Nettuno (il prototipo di Massimo Morasca, lo Ziggurat di Davide Castiglia, il Farr 31 di Fabrizio Gagliardi, il Duck 31 di Paolo di Malta, noi del Pipito) si aggiunge il Comet 910 CiCi Sette ex Cino Ricci.

Per la vittoria assoluta i nostri favoriti sono Globulo Rosso, un Este 31 che in regata ha dato parecchie soddisfazioni al suo armatore, ed Elena Celeste, campione italiano Half Tonn in carica. Abbiamo naturalmente il massimo rispetto per le prestazioni velocistiche di Prydwen e Loukura ed una grande ammirazione per il Grand Soleil 39 della Marina Militare, che per l’occasione ha alla ruota un ex comandante dell’Amerigo Vespucci.Si parte il Venerdì a mezzanotte e noi che abbiamo un trenta piedi di più di tre tonnellate di stazza speriamo di arrivare a Gaeta per Domenica mattina. Ho messo in preallarme mia madre, in modo che mi venga a prendere a Gaeta in tempo per partire a sirene spiegate per il lago di Bracciano, dove ho una regata Fireball. Le sirene servono per far capire agli altri automobilisti che sono una persona poco sana di mente e conviene non contraddirmi.Arrivo in banchina ad Anzio con un’attrezzatura personale da tempo duro: giubbotto salvagente Spinlock, penzolo con gancio di sicurezza per evitare l’apertura involontaria, lampada da minatore, maschera da sub. Quest’ultima non raccoglie consensi nel resto dell’equipaggio, che ritiene tale allestimento esagerato. Le ultime quattro ore di navigazione prima di Gaeta daranno loro torto.Il menù meteo prevede poco vento durante una notte molto umida, pioggia nel pomeriggio di Sabato, bolina da Ventotene a Gaeta: chi vuole mettersi alla prova con una dieta particolarmente bagnata è accontentato.

Siamo in grande spolvero: Marco ha sostituito i winch per la scotta del fiocco, allestito la coperta con la life line, pulito la carena. Il copri-randa nuovo con il nome della barca in bella evidenza mi incute un timore reverenziale che non avevo mai provato prima. Succube di una preparazione così professionale mi dedico all’attività che mi riesce meglio: la pulizia della sentina del Pipito, un covo di idrocarburi misteriosamente scampati alla camera di combustione del nostro mitico motore  Farymann. Ho diversi sogni velici proibiti e tra questi stanare la perdita di gasolio è uno dei più agognati.La partenza di mezzanotte è preceduta dalla cena organizzata dal Reale Circolo Canottieri Tevere Remo: purtroppo non ci sono tavoli per tutti gli equipaggi e per darci un tono noi del Pipito ci accomodiamo in salotto vicino alla biblioteca del circolo.La nostra esuberanza durante la cena viene scambiata per comportamento molesto dagli dei del mare, che dopo poche ore ci puniranno con un vento di 15-20 nodi, sei ore di bolina, un quasi-abbordo con i salsicciotti di protezione di una nave da guerra nel porto di Gaeta, una intensa telefonata dell’armatore alla sua consorte.Alla fine della cena qualcuno ben introdotto nelle cucine del ristorante del circolo riesce ad ottenere un caffè corretto. Il resto dell’equipaggio spera che non ci facciano la prova del palloncino durante la navigazione.Qualcun altro esagera con il dolce (tiramisù e semifreddo all’amarena) e gli effetti non si fanno attendere: prima dell’imbarco si ritira in bagno con me le istruzioni di regata, fedele al motto di portarsi sempre qualcosa da leggere per passare il tempo.

Verso le undici leviamo gli ormeggi, in modo da arrivare presso la barca giuria in tempo per… partire in ritardo. Come nelle nostre migliori tradizioni tagliamo la linea di partenza per ultimi, qualche minuto dopo il resto della flotta. Comincia la rincorsa.Ci consola il fatto che è una regata di novanta miglia e tutto può succedere. Non ci consola il fatto che partire bene non fa male, indipendentemente dal numero di miglia che si devono percorrere.La notte è meno fredda di quanto mi aspettassi. L’umidità non aiuta, così come l’assenza di vento: dopo poco rolliamo il fiocco per evitare che sbatta inutilmente.Durante la notte ci imponiamo di usare la life-line e le cinture di sicurezza tutte le volte che usciamo dal pozzetto: la notte è veramente buia e perdere un uomo in mare potrebbe trasformare una regata in una tragedia.Cerco di leggere un libro, ma l’idea non è ben vista dal resto dell’equipaggio. Peccato perché era un tascabile comprato usato in una libreria “ultima spiaggia” di Milano: tutti gli invenduti sarebbero stati inviati al macero. La storia strappalacrime dietro questo volume non smuove gli uomini veri del Pipito, che probabilmente ritengono tale lettura non adatta ad una regata lunga.Sono uno dei primi ad andare in branda: vado vestito, impiegherei troppo tempo a togliermi giubbotto salvagente con relativa imbragatura, giacca della cerata, felpa. Dopo alcuni risvegli parziali dovuti al russare di Fabio rientro tra gli effettivi alle quattro di mattina.

L’ultimo bollettino meteo prevede un forza sei per il Sabato. Il buon proposito di ascoltare il nuovo bollettino viene clamorosamente mancato. Non ho capito se abbiamo saltato l’ascolto per scaramanzia o semplice cialtroneria.All’alba siamo ancora in contatto visivo con una dozzina di barche. Sempre ultimi, giusto per non cambiare abitudini.Avvistiamo un paio di pesci luna, probabilmente impegnati con le velette, quelle piccole meduse che per spostarsi sfruttano una vela sul dorso. La loro colazione ci mette fame e procediamo ad inaugurare la nostra cambusa. Mentre assaporo un’eccellente rotolino di cioccolata (realizzato dalla moglie di Walter arrotolando la Nutella dentro il pane dei tramezzini) mi sovviene la spartana scelta di un equipaggio incontrato alla Chartago Dilecta Est lo scorso Agosto: i poverini per tre giorni si sono nutriti di riso perché “era il cibo più leggero da imbarcare”. Noi non abbiamo imbarcato il barbecue solo perché nel pozzetto di un trenta piedi con sei persone a bordo era oggettivamente impossibile trovare un posto degno di questa formidabile dotazione di sicurezza.Fortunatamente il vento gira quando siamo già a pancia piena: riusciamo ad issare lo spinnaker completando la manovra con poche peripezie e l’aiuto del giorno fatto.Dietro di noi c’è solo CiCi Sette: mentre noi siamo quasi in poppa piena per tenerci in mezzo al cancello tra Ponza e Palmarola loro preferiscono fare dei laschi che richiedono non poche strambate.Assistere alle continue manovre del Comet ci mette appetito: saccheggiamo la cambusa del Pipito e divoriamo la crostata ed una torta di mele fatte in casa.

Sabato passiamo il faro della guardia di Ponza verso mezzogiorno: riteniamo che le barche vicino Ponza soffrano per il poco vento e decidiamo di mantenerci equidistanti tra Ponza e Palmarola. Il Comet ed altri concorrenti si tengono invece più alti, vicino Palmarola.Siamo più allegri del previsto perché ci sembra di aver recuperato diverse miglia sul resto della flotta.Allo scoglio della botte, un isolotto roccioso a circa metà strada tra Ponza e Ventotene, avviene l’imponderabile: la zona è completamente senza vento e le barche che ci precedono sono quasi ferme.Quando piombiamo sul resto della flotta ci sentiamo in sette: abbiamo a bordo anche Richard Wagner, perché sentiamo risuonare nelle orecchie la sua cavalcata delle Valchirie. Gli ultimi metri li percorriamo con il fiato sospeso ed il tangone praticamente a filo della coperta, in modo da far diventare lo spinnaker un enorme fiocco leggero.Con l’abbrivio riusciamo a superare tutti: primi! Non mi era mai capitato e cerco di capire se posso mettere nel mio curriculum velico che per qualche centinaia di metri sono stato in testa in una regata d’altura.Naturalmente la sofferenza inizia presto anche per noi: per un’ora cerchiamo di sfruttare le bave di vento che giocano, riuscendoci benissimo, a nascondino. E’ stranissimo vedere il mare increspato solo in parte: dobbiamo navigare in un campo minato (un’andatura che non viene menzionata nel manuale dell’allievo della FIV), cercando di mantenere il Pipito nelle zone a macchia di leopardo dove ci sembra sia possibile godere di un paio di nodi di vento in libera uscita.

Abbiamo qualche preoccupazione quando dobbiamo issare lo spinnaker: in condizioni così mutevoli c’è il rischio di trovarsi sovra invelati con un rinforzo improvviso oppure completamente fermi perché la manovra ci fa perdere la poca velocità che abbiamo.Il thermos non sembra fare il suo dovere ed il caffè mi ricorda quello assaporato in una lontana trasferta professionale presso i pozzi petroliferi di Hassi Messaoud, nel deserto algerino: più simile agli idrocarburi spillati dall’impianto che non alla miscela arabica con la quale diversi bar romani mi viziano da alcuni anni.Issiamo ed ammainiamo lo spinnaker quattro volte in poco tempo: il vento gira e non sempre collabora con lo spi, una vela che in queste condizioni spesso si rivela poco redditizia. Per crearsi abbastanza vento apparente da far gonfiare lo spinnaker un avversario usa il motore: non lo diciamo noi ma l’eloquente baffo bianco della sua onda di prua. Peccato, soprattutto perché il tipo di barca ed il curriculum dello skipper sono tali da non richiedere alcun aiuto di questo tipo.Eolo si risveglia dal suo torpore e tutta la flotta, compreso i motonauti, riesce a riprendere una velocità dignitosa: si riparte mura a sinistra alla volta di Ventotene.

Un paio d’ore di navigazione di traverso sono fatali ad un candeliere del Pipito, la cui saldatura cede sotto la pressione della scotta dello spi tutto strallato. Lo schianto è sufficiente per far riemergere Alberto dal suo turno di riposo sotto coperta. Recuperiamo il candeliere con una riparazione di emergenza con dei grilli, rendendo il Pipito il primo Half Tonner con il piercing della IV Zona.Anche spostare il barber per ridurre la pressione sui candelieri non risolve il problema: la scotta ora sfrega sulla sartia e serve un’ulteriore riparazione volante con nastro adesivo. Il tempo di verificare che anche il nastro non aiuta e passiamo alle maniere forti: gli scudi umani, o meglio i sederi (umani anch’essi). A turno Alberto e Fabio oppongono i loro sacri lombi per evitare il micidiale contatto tra scotta e sartia.Con questa configurazione arriviamo a Ventotene, dove l’ammainata dello spi ci riserva un fuori programma ben gestito: la mura dello spi si era incattivita nel winch e dobbiamo operare come se avessimo un gennaker senza tubo mangia-spi.Anche in questo cancello siamo tutti in gruppo: sono le quattro e mezza del pomeriggio e qualcuno nutre qualche speranza di arrivare a Gaeta per ora di cena. Siamo in contatto visivo sia con Elena Celeste che con Prydwen, poco dietro un Hanse e davanti a Donald Duck.

Inizia una bolina la cui durata (quasi sei ore) ci ricorderà un’amabile definizione di questa andatura: il doppio della distanza, il triplo del tempo, il quadruplo della fatica.Il vento fresco costringe tutto l’equipaggio in falchetta: il fortunato in prima linea è Fabio, in io sono subito dietro.Dopo un paio d’ore e diverse ondate comincio a sentire stanchezza e freddo. Mi torna in mente una battuta inglese“Lo yachting è fare la doccia vestiti strappando centinaia di biglietti da una sterlina” (peccato non mi sovvenga il cambio con l’Euro) e non riesco a capire come noi velisti andiamo a cercare le condizioni che i pescatori d’altura evitano accuratamente. Strano.Il prossimo acquisto saranno un paio di stivali: non è divertente fare il conto alla rovescia per l’onda che ti inzupperà i piedi. L’investimento di trenta Euro per le scarpe comprate all’outlet mi ricordano un altro proverbio (stavolta friulano): “pochi soldi, poca musica”.La nostra sofferenza porta buoni frutti al Pipito: riusciamo a recuperare sia su Elena Celeste che sul Prydwen e li superiamo entrambi. Eravamo ancora ignari delle difficoltà di Elena Celeste, alle prese con un’avaria alla pala del timone che si andava aggravando.Se chi era in falchetta piangeva (e non era commozione…) l’armatore al timone non rideva: ancora oggi non so se la faccia di Marco fosse dovuta alla concentrazione richiesta dal mare formato o semplicemente al fatto che erano quasi dodici ore filate senza lasciare la barra.

Si arriva ad ora di cena ed i fortunati alle draglie si arrangiano come possono: io mangio degli ovetti di cioccolato misteriosamente scampati alla strage pasquale mentre Alberto apre un barattolo di mais. Non credo che l’istantanea scattata in quel momento sarà mai usata per una copertina di Bolina o Nautica.Quando osserviamo che Elena Celeste cambia un’ulteriore vela di prua e procede con la randa sventata capiamo che c’è qualcosa che non va e ci mettiamo in ascolto radio. I nostri timori vengono confermati dal loro messaggio alla capitaneria di Gaeta: hanno un’avaria al timone e non riescono a governare. Prydwen presta soccorso, noi siamo troppo lontani  (e con due membri di equipaggio sofferenti sotto coperta) per essere utili in qualche modo.Gli ultimi trenta minuti sono una sofferenza diversa: il vento è poco e non ha una direzione stabile, è buio pesto, siamo abbastanza provati fisicamente ed è la prima volta che entriamo nel porto di Gaeta, dove lo yacht Club ha stabilito il cancello di arrivo. Mentre cerchiamo inutilmente sul canale 9 il comitato di regata riusciamo ad evitare per pochi metri i galleggianti di protezione di una nave da guerra americana.Tagliamo l’arrivo alle 21.45, con un Donald Duck rinvenuto bene nelle ultime miglia che ci batte di tre minuti.Corro a consegnare la dichiarazione di osservanza alla base nautica: bello scrivere “zero” nella casella delle ore motore. Chissà come avrà compilato la sua scheda il concorrente motorista.Naturalmente gli uffici del club sono da parte opposta rispetto al nostro pontile e si deve uscire dalla base nautica: diverse coppie in romantica passeggiata si saranno domandate cosa ci faceva vicino loro un tizio stravolto in cerata, zuccotto e lampada da minatore.Il comitato capisce che sono ridotto ai minimi termini e ritira la mia dichiarazione solo se accetto una salsiccia. Non me lo faccio ripetere due volte: spiedino, salsiccia ed una mozzarella. Peccato che la salsiccia sia fredda. Per il bis mi trattengo e mi limito alla sola mozzarella, assaporando la quale osservo qualche armatore docciato e pulito impegnato in un’amabile conversazione al tavolo del club: provo per la prima volta invidia per le barche più grandi che sono arrivate prima di noi.La struttura portuale è un labirinto e per tornare al nostro ormeggio devo passare davanti ad un distributore di carburante, entrare nel parcheggio di una pizzeria, farmi aprire il cancello pedonale della base, circumnavigare il carro ponte del cantiere, riconoscere il pontile. Riesco a ritrovare il nostro ormeggio solo perché ripercorro la scia d’acqua che ho lasciato all’andata.

La regata è finita ma c’è ancora lavoro: è necessario ormeggiare come si deve, piegare le vele, sistemare scotte e bozzelli.Verso mezzanotte compare Massimo Morasca, l’armatore di Elena Celeste: sono riusciti a rientrare grazie al rimorchio del Pridwen. Durante l’operazione hanno cercato di dare direzionalità alla barca mettendo in acqua il tangone, al quale avevano legato parti del pagliolato per renderlo un simulacro di timone: “Un’esperienza che non auguro a nessuno”

Guardando la faccia di Massimo nessuno potrebbe dubitare della sincerità di queste parole.Le nostre voci al telefono spingono alla commozione Cinzia, la compagna di Fabio, che salta sulla sua auto a mezzanotte per venirci a recuperare a Gaeta.Inganniamo l’attesa del cocchio dando fondo alla cambusa: focaccia con formaggio ed affettati, innaffiata da vino bianco generosamente offerto da un circolo velico al quale siamo particolarmente affezionati.Mi dispiace lasciare Marco da solo a bordo, ma devo raggiungere casa il prima possibile per la regata a Bracciano.Per le ultime cinquanta miglia di navigazione siamo imbarcati in sei (più bagagli) in una Jeep omologata per quattro posti: se ci avessero fermati avevamo la risposta pronta“Maresciallo non è come pensa: stiamo giocando al Tetris umano”.Il rientro in ufficio è duro tanto quanto l’ultima bolina: ho il naso tappato (un goccia mi ha anche macchiato la cravatta) ed un mal di testa che sembra più ostinato della maggior parte dei timonieri che frequento.

Speriamo ci siano altre giornate di mare come queste.

Lorenzo Rondelli

Ecco invece l’articolo di “Latina Oggi” sul soccorso operato da Prydwen

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